“Hai sentito?”
“Sono le sette del mattino, cosa devo sentire?”
“Leggi i giornali. È morto Battiato.”
Cinque anni fa moriva Franco Battiato e io oggi non voglio parlare di come non sono riuscita ad ascoltare la sua voce per mesi, del fatto che la sensazione provata fosse quella di aver perso un grande amico e mentore.
Avevo 15 anni e quello non sarebbe stato che il primo lutto spirituale di quell’anno.
Andai incontro anche a quella giornata di DAD, al greco, al latino, agli scarabocchi che facevo per capire i discorsi dei prof. Ma dentro di me avevo perso un amico.
Incredibile, no? Quello che una musica può fare.
Voglio raccontare del prima e dopo quel 18 maggio 2021.
Per farlo dobbiamo tornare almeno a quando avevo circa 7 anni.
Se chiudo gli occhi vedo ancora il mio riflesso nel finestrino posteriore dell’auto di mio padre. Io e i miei stiamo andando a Carloforte. Avevo dei libri ma li ho già finiti e adesso sono senza niente. Sto ascoltando la musica. Papà ha portato tre CD. Uno di Ivan Graziani, che mi piace. Uno di De Gregori, che adoro. E uno… di questo Franco Battiato, che non mi riguarda. Lui fa musica per adulti, roba che non posso capire.
MINERVA “Non si capisce niente. Di cosa parla?”
PAPA’ “Shh, senti senti… è bellissima…”
MINERVA “Come si chiama?”
MAMMA “Cuccurucucù. Noi l’abbiamo visto uscire, questo disco. Avevamo 6 anni!”
E subito mi prende una calma incredibile.
Mi sembra di volare oltre il vetro da cui sto guardando il cielo.
I cori mi fulminano sul sedile.
Questo è il mio primissimo, totalizzante, ricordo con la musica di Battiato.
E in effetti…
La voce del padrone è stato uno dei dischi che hanno cambiato radicalmente la musica italiana e quel giorno mi fu ampiamente spiegato, con le altre canzoni.
Il fatto è che non sono solo i miei ricordi a unire i puntini tra la mia famiglia e Battiato.
PAPA’ “Ti ricordi il racconto su bisnonna e la radio?”
2 agosto 1982. Un bambino e sua nonna stanno al telefono con la radio del paese.
Il bambino è molto timido e si sta vergognando a morte, sua nonna invece è tutta eccitata. Non vede l’ora di fare quello che sta per fare.
NONNA “Digli che canzone vuoi…”
BAMBINO “No… mi vergogno…”
NONNA “Digli che canzone ti piace!”
BAMBINO “…ndiera bianc…”
RADIO “Come? Non ho capito bene…”
BAMBINO “Bandiera Bianca!”
Esaudito, inizia Bandiera Bianca.
RADIO “Questa canzone è dedicata al piccolo Massimo per il suo compleanno, da sua nonna Giuseppina!”
Ora, mia madre ha ricordi molto più tangibili, avendo visto più volte Battiato in concerto e vissuto nella sua stessa regione. Ma io e mio padre abbiamo avuto due incontri telematici e per giunta da molto piccoli. Avevamo la stessa età quando abbiamo sentito quel benedetto disco.
Io ero una fanatica dei videoclip. Era una fissazione vera, ce n’erano alcuni che adoravo particolarmente. Sapevo tutto il balletto di Centro di gravità permanenete, lo facevo davanti allo specchio quando nessuno mi vedeva. Cercavo di capire, invano, quello di No time no space.
Se ripenso alla mia infanzia – bellissima per mia fortuna, piena di ricordi vividi e cinematografici – c’è sempre Battiato. Il mio cervello associa Battiato, l’estate, Techetecheté, la mia camicia da notte con i fiori di pesco, il gelato Fior di fragola e Superquark. Questa è l’equazione vincente per ricordare una pace vera, la pace di quelle sere d’agosto.
Insomma, l’infanzia è passata con lui che era per me una specie di mago, una specie di messia visionario. Un alieno che ammiravo tanto e del quale provavo a emulare l’indipendenza dagli schemi e dalle condizioni.
Il mio incontro adolescenziale con la progressive ha però cambiato tutto, anche i miei rapporti con Battiato, che adesso non era più solo quello degli anni ’80, ma era anche quello di Pollution e di Fetus. Ogni volta che vedo un limone penso a Pollution e al fatto che Frank Zappa lo abbia apprezzato immensamente.
Il mio ingresso traumatico in quarta ginnasio è stato confortato da altri dischi di Battiato molto importanti: L’era del cinghiale bianco, Patriots, L’arca di Noè, Fisiognomica, L’imboscata e Gommalacca.
Li ascoltavo sul bus, mentre facevo gli esercizi di greco, mentre cercavo di non avere paura, mentre mi sentivo imbecille, mentre scoprivo il cinema splatter e Nanni Moretti. Non so come, ma mi confortava tanto sentire quella musica, anche se ancora non la capivo bene.
Avevo appeso foto sue in giro, tra quelle dei registi nei backstage. Mi scrivevo i suoi testi che conoscevo a memoria sui quaderni e poi ci riflettevo. Ogni scusa era buona per cantare entrambe le parti de I treni di Tozeur.
Fu lui ad accompagnarmi direttamente durante la mia prima “stagione dell’amore”… e anche in quella di “insieme a te non ci sto più”.
Proprio l’anno della sua morte mi stavo avvicinando alle religioni, agli studi sul misticismo e tutte quelle cose esoteriche su cui lui scriveva le canzoni.
Guardavo moltissime interviste e non solo. Ho quest’altro ricordo di me e i miei genitori che ci scompisciamo sull’imitazione di Stefano Bollani Hai mai letto Kundera?. Battiato era, tra l’altro, un uomo di grande spirito e delicatezza. Era un grande pilastro e io stavo imparando tantissime cose.
Poi i suoi film. Anche quelli mi piacevano, sebbeno molti li odino.
Gli anni sono passati e io lo ascolto ancora principalmente per conforto e confronto. Solo il Cielo sa quanto i miei criceti si muovano ogni volta che sento la sua voce. Non solo la mia mente, ma anche il mio spirito (o quello che è) sente la sua forza a dispetto della morte e del tempo.
Qualche settimana fa sono stata al MAXXI di Roma, alla mostra Franco Battiato. Un’altra vita e ho visto una cosa bellissima.
Innanzitutto non c’era baldoria, eravamo tutti tranquillissimi, assorti e sorridenti. Emozionati, come se fossimo stati in casa sua. Paradossalmente nei musei c’è sempre fretta e calca, invece lì imperava la lentezza. Ci stavamo tutti godendo i ricordi. Non c’era rumore, parlavamo sottovoce. Delicatezza, tra una stanza e l’altra. Parlavamo tra sconosciuti, ma sembravamo conoscerci.
Era molto strano.
Poi una donna con due bambini, che insieme non arrivavano a fare neanche dieci anni. Piccoli e curiosi. Lei li portava in giro e mostrava loro tutti gli oggetti, raccontava le storie dietro le canzoni… Questi erano i libri di Franco… Guarda Franco lì, era in Iraq…
Franco. Come se fosse stato suo amico, nostro amico.
Lì dentro qualcosa vibrava fortissimo e non erano i nostri cuori tristi per aver perso un’anima del genere, consci che se avesse vissuto anche solo altri due anni sarebbe morto di dolore per quello che succede nel mondo.
Vibravamo di ammirazione, gratitudine e amore.
Ecco cos’era. Amore. Quella, un’esperienza indimenticabile.
In queste settimane mi sento un po’ come mi sentivo in quarta ginnasio, anche se oggi ho una testa diversa. Lo sto ascoltando intensamente ed è qui con me.
Non è mai stata solo musica – come se la musica non comprendesse già ogni cosa di per sé – , ma una trasmissione al di là dei suoni, del tempo, della vita e della morte. Battiato anche se non lo capisci lo capisci, non so se mi spiego.
Anche se non lo capisci, lo senti forte e chiaro.
Perché l’Essere Umano conosce l’altro Essere Umano e la musica parla di questo.
Checché se ne dica, checché ne dicesse a volte lui stesso, la sua traccia è stata rilevante e a tratti unica.
Qualcuno una volta gli chiese cosa avrebbe voluto che restasse sulla Terra dopo la sua morte e lui rispose: “Il mio suono.”
Maestro, è rimasto ben più che il tuo suono.


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